mercoledì 6 maggio 2015

EFFETTO NOTTE - François Truffaut (1973)

Titolo originale: La Nuit Américaine
Regia: François Truffaut  
Con: Jacqueline Bisset, Jean-Pierre Léaud, Valentina Cortese, Jean-Pierre Aumont
Durata: 115 min
Paese: FRA, ITA     
Voto globale: *****
Voto categ. (cinema): *****!


A Nizza negli studi La Victorine una troupe cinematografica gira il film sentimentale e tragico Je vous présente Pamela (Vi presento Pamela), la storia di un giovane francese che sposa una ragazza inglese e la presenta ai genitori. Pamela però finisce per innamorarsi del padre di lui, dandosi ad una fuga senza rimorsi. Sul set giorno dopo giorno si alternano i problemi e dinamiche personali del cast e dei tecnici, che seguono di pari passo e spesso si incrociano e confondono con la trama del film. C'è il regista Ferrand (Truffaut) pragmatico ed appassionato, il divo Alexandre, l'infantile Alphonse, la stella Julie e la vecchia diva in declino Séverine. La lavorazione parte sotto i migliori auspici, ma realizzare un film può costare sacrifici impensabili.


L'effetto notte è quella tecnica che permette di girare una scena di giorno e farla apparire invece “notturna”, come se fosse stata girata di sera, grazie all'apposizione di un filtro blu davanti all'obiettivo. Praticamente una esemplificazione bella e buona del cinema: finzione. Come fa notare la moglie del direttore di produzione <<Ma cos'è questo cinema? Cos'è questo mestiere in cui tutti fanno l'amore con tutti? In cui tutti quanti si danno del tu? In cui tutti fingono?>>. E Truffaut mette in scena nient'altro che fragilità, ipocrisie ma anche virtù di un gruppo di lavoro alle prese con un mestiere per nulla ordinario. Un mestiere che ti fa guardare con occhio diverso un semplice vaso di un hotel per il solo fatto che potrebbe andare bene collocato in una data scena. Vi presento Pamela procede a singhiozzi tra scene da rigirare a causa di imprevisti, gatti che non recitano bene, attrici che non dovrebbero essere incinte, battute che non sono ancora state scritte, attrici con crisi di nervi. Parallelamente alla lavorazione del film, spicca la tormentata storia di Alphonse, giovane attore di talento che soffre per via di una ragazza un po' troppo disinibita, <<Se recito male è colpa tua>>. Poi ci sono Séverine (la straordinaria Valentina Cortese) ed Alexandre, alcoolizzata e senza memoria la prima, eterno seduttore con un segreto particolare il secondo. C'è Julie, attrice figlia d'arte con un esaurimento nervoso e un film mollato di punto in bianco alle spalle. Per finire troviamo Ferrand, un regista artigiano, ambizioso ma consapevole dei propri limiti, che prova semplicemente a fare il proprio lavoro al meglio, per quanto possibile.


Effetto Notte può essere senza dubbio considerato IL film sul cinema. Metacinematografico fin dai titoli di testa, ha il merito di introdurre con intelligenza pian piano tutte le figure chiave del lavoro sul set e le proprie mansioni: regista, direttore della fotografia, aiuto, assistente, operatore, fonico, attrezzista... Per ognuna di queste figure c'è dietro un personaggio eccentrico, risoluto, professionale o spietato. Truffaut gira un film nel film certamente molto autoreferenziale eppure bellissimo e che senza dubbio potrà essere apprezzato da qualunque tipo di spettatore. Ottime regia e fotografia, montaggio notevole e colonna sonora eccezionale per il miglior film straniero agli Oscar del 1974. Colpisce la differenza che viene tracciata tra attori e troupe, con i primi pieni di risvolti psicologici ed una considerazione quasi mistica del proprio lavoro ed i secondi, quasi degli artigiani tuttofare, che sudano e si alzano presto per preparare la scena del giorno successivo.

sabato 2 maggio 2015

LA SCALA A CHIOCCIOLA - Robert Siodmak (1945)

Titolo originale: The Spiral Staircase
Regia: Robert Siodmak
Con: Dorothy McGuire, George Brent, Ethel Barrymore, Kent Smith, Rhonda Fleming
Durata: 83 min
Paese: USA      
Voto globale: *** 1/2
Voto categ. (thriller): ****


In una cittadina del New England un serial killer sceglie le proprie vittime in base ad una caratteristica precisa: sono giovani donne ed hanno tutte un qualche difetto fisico. L'ultima delle vittime viene ritrovata in una camera d'albergo mentre al piano inferiore è in corso la proiezione di un film. Si teme quindi per Elena, affetta da mutismo psicologico, che lavora come cameriera a casa dei Warren. Intanto le indagini della polizia coinvolgono anche i membri della casa: il professor Warren, il fratellastro e la vecchia matrigna malata. Fuori si scatena un temporale ed Elena diventa prigioniera dell'opprimente villa, mentre ci si interroga su quando il killer colpirà di nuovo.



Un bel misto tra noir, horror e thriller firmato da Siodmak, in questa che è considerata la sua opera più compiuta. Il film ha davvero tanti spunti interessanti e riesce ad alternare ottimamente tensione ad inaspettati momenti più leggeri, grazie all'ironia di qualche personaggio. Protagoniste assolute sono la villa, enorme e maestosa, piena di anfratti, luoghi bui, dalla camera della madre malata fino alla sinistra cantina ed Elena, la brava Dorothy Mcguire, in un ruolo abbastanza difficile. Molto risalto è dato fin dall'inizio alla componente “impotenza”, nello spefico il mutismo, che ci viene introdotto dalla scena iniziale, quella della proiezione del film, muto appunto, e dal personaggio di Elena, resa quindi vulnerabile e vittima ideale del killer che si aggira attorno alla villa. La regia è elegante, così come la fotografia, in realtà normale per maggior parte del film e davvero suberba solo in alcuni punti (scena in cantina e quella, che dà il titolo al film, sulla scala), ancora figlia dell'espressionismo e noir a tutti gli effeti. Inoltre bisogna considerare che la pellicola è del 1945, ben in anticipo su molte cose. Si può senza dubbio affermare che La scala a chiocciola abbia non solo introdotto al cinema la figura del serial killer (anche se mancano le canoniche indagini della polizia, qui solo abbozzate) ma soprattutto il mito “della casa”, cioè il film horror/thriller che si svolge in modo angosciante ed opprimente con pochi ambigui personaggi nello stesso lugubre luogo.



Alcuni hanno attribuito alla scelta di un serial killer che prende di mira i difetti fisici una voglia di “redenzione” da parte del tedesco Siodmak, quasi a chiedere perdono per l'ancora viva follia nazista. Una tesi che non mi sento di confermare, ma che è senza dubbio suggestiva. Molto interessante la figura della madre malata, ferma nel proprio letto eppure sempre vigile e attenta ad ogni movimento che accade in villa. Si resta trasportati da Elena ed è naturale l'immedesimazione nei suoi confronti. Certo qualche difetto c'è, tra cui il fatto che il killer non sia impossibile da scovare fin da subito, il che può togliere tensione. Tra i doppiatori anche Sordi. Da vedere per l'importanza storica.

sabato 11 aprile 2015

RANGO - Gore Verbinski (2011)

Titolo originale: Rango
Regia: Gore Verbinski
Con: Johnny Deep, Isla Fisher, Ned Beatty, Bill Nighy, Alfred Molina
Durata: 111 min
Paese: USA       
Voto globale: ****
Voto categ. (anim.): **** 1/2


Un camaleonte domestico con la passione per il teatro viene scaraventato sul cocente asfalto di un'autostrada, nel bel mezzo del deserto, quando l'auto su cui viaggia sbanda e tutta la sua casa, una piccola teca di vetro, si rompe in mille pezzi. Incontra subito un misterioso e mistico armadillo che fa accenni ad un fantomatico “spirito del west” e gli indica una direzione in cui trovare una città, ad un giorno di cammino. Il camaleonte inizia a fare delle prime conoscenze in un mondo a lui decisamente ostile. Incontra Borlotta, un'iguana del deserto, che lo conduce alla disastrata cittadina di Polvere, da cui la gente scappa perché non c'è più acqua e senza acqua non c'è vita. I pochi che ancora si ostinano e restarci vivono nella speranza che un giorno il prezioso liquido tornerà. Il camaleonte, per farsi rispettare, si dà il nome di Rango e si finge uno spietato killer del vecchio west, ma ancora non sa che ben presto entrerà in faccende più grandi di lui.



Rango” è il film d'animazione che dovrebbero vedere tutti quelli che hanno pregiudizi nei confronti dei film d'animazione. Anche se sarebbe alla fine un controsenso perché “Rango” è un film d'animazione che allo stesso tempo cerca, e ci riesce, di essere qualcosa di più. “Rango” non è “Alla ricerca di Nemo” e questo lo si capisce già dai primissimi minuti. L'impressione è confermata per tutti i quasi 120 minuti di pellicola. Da dove cominciare? Stiamo parlando di una storia di per sé molto semplice e lineare, e se vogliamo senza nemmeno troppi colpi di scena. La vera forza di “Rango” è però un'altra. Innanzitutto sta nei personaggi. Dimenticate i personaggi aggraziati e volutamente simpatici cui i film d'animazioni di solito ci abituano. Qui ogni personaggio è brutto, sporco, inquietante... eppure proprio per questo irresistibile. Che sia un topo, un gatto, un serpente, una tartaruga, ognuno ha una personalità ben chiara e dei lineamenti comunque antropomorfi che non possono non suscitare immediato trasporto e simpatia. Una fotografia eccezionale e colori vividissimi. Musiche spettacolari di Hans Zimmer che spaziano tra vari generi possibile, con tanto di chitarre elettriche e mariachi gufi narratori della storia. Voce originale di Johnny Deep, degnamente resa dall'ottimo Nanni Baldini, sempre a proprio agio nel restituire la spontaneità di personaggi del genere. Il punto di forza di tutto il film è però la regia di Gore Verbinski. Ogni scena è studiata nel minimo dettaglio, ogni inquadratura è pensata in ogni possibile aspetto. Si rimane davvero sbalorditi da una così grande cura ed attenzione ed è senza dubbio necessaria più di una visione per cogliere tutta l'indiscussa meastria e il notevole lavoro che c'è dietro “Rango.”
 

Se fin dall'inizio lo spettatore avrà qualche dubbio sul tipo pubblico a cui il film è diretto, andando avanti nella visione tutto sarà più chiaro. “Rango” non è sicuramente un film per bambini, quantomeno per bambini molto piccoli. E forse questa è l'unica critica (in realtà non-critica) che mi sento di fare al film. In primis perché ci sono molte battute che di certo non verrebbero capite e che obbligherebbero ogni cinque minuti i genitori a dare delle spiegazioni, spesso imbarazzanti. In più per tutto il film, in tono però spesso scherzoso, si fa un costante riferimento alla morte, al cerchio della vita, a giochi di potere, ad elementi psicologici che potrebbero risultare davvero eccessivi per un bambino di sei anni che vuole semplicemente sporcarsi le mani con i popcorn in un sabato pomeriggio al cinema. Per tutti gli altri, resta invece un piccolo gioiello di animazione, ingiustamente sottovalutato e che regala continuamente scene divertenti, emozionati e di grande significato oltre a incessanti citazioni (dalle più ovvie di Leone e gli spaghetti western, alle più inaspettate, passando tra Kubrick, Zemeckis, Coppola, “Frankenstein Junior” e “Paura e delirio a Las Vegas!). Esilarante ed allo stesso tempo epica la rappresentazione dello spirito del west. Da conservare gelosamente nella propria videoteca.

LA TEORIA DEL TUTTO - James Marsh (2015)

Titolo originale: The Theory of Everything
Regia: James Marsh
Con: Eddie Redmayne, Felicity Jones, Emily Watson, Charlie Cox, David Thewlis
Durata: 123 min
Paese: UK         
Voto globale: ***
Voto categ. (biograph): *** 1/2

Stephen Hawking è un giovane cosmologo ed astrofisico dell'università di Cambridge. È il 1963 e ad un festa conosce Jane Wilde, studentessa di lettere decisamente lontana dalla speculazione scientifica. Nonostante le differenze culturali tra i due nasce qualcosa dopo aver trascorso insieme il ballo di primavera. La coppia diventa sempre più unita e Hawking avvicina a piccoli passi la ragazza al proprio mondo, rivelandole la propria ambizione: scoprire una semplice equazione in grado di sintetizzare tutti misteri sull'origine e sul destino dell'intero universo. Le cose si complicano quando a Stephen vieni diagnosticata una malattia del motoneurone che lo condanna ad una progressiva ed inesorabile immobilità. Lo scienzato continua a conseguire soddisfazioni nel lavoro e nella vita nonostante l'ngobrante presenza di un male terribile che non può lasciare indifferenti.

  
Film biografico su una figura molto nota. Sì perché anche se non a tutti saranno noti le teorie e gli apporti alla ricerca scientifica dovuti a Hawking, è molto improbabile che ci sia qualcuno che non abbia quantomeno sentito parlare del suo personaggio. Un personaggio che non può non suscitare grande stima ed ammirazione. Stima ed ammirazione che dovrebbero essergli garantite anche solo per il proprio lavoro svolto in oramai cinquant'anni di ricerca e che diventano incondizionate alla luce delle terribili condizioni fisiche che ha dovuto sopportare per gran parte della propria via. Detto questo il film è certamente interessante, visto che parliamo di un biografico su una persona ancora vivente al tempo della realizzazione e quindi avrà senza dubbio potuto essere al corrente della sceneggiatura ed eventualmente storcere il naso su qualche forzatura nel racconto della propria vita. Se poi si pensa che il film è in realtà un adattamento di “Verso l'infinito”, (Travelling to Infinity: My Life with Stephen) biografia di Jane Wilde, ex moglie di Hawking, ci si rende subito conto di assistere ad un reseconto abbastanza veriterio e sincero. Cosa di certo non sempre scontata in pellicole di questo tipo. “La teoria del Tutto” è stato uno dei film con il maggior numero di nomination agli Oscars 2015 e che però è riuscito ad accaparrarsi solo una statuetta grazie all'interpretazione di Eddie Redmayne. Effettivamente bravo e credibile in un ruolo solo in apparenza poco impegnativo. La storia appassiona un po' tutti, visto che la sceneggiatura punta ad aspetti molto comprensibili ed umani dei trascorsi di Hawking ed è senza dubbio facile restare affascinati dalle vicende e dai suoi protagonisti. Regia di James Marsh senza particolari momenti esaltanti, fotografia spesso azzeccata e musiche all'altezza.
 
 
A fine visione resta la sensazione di aver assistito ad un film che per forza di cose è un po' buonista. Ma allo stesso tempo ci si chiede: sarebbe potuto essere diverso? La risposta è no. No, perché stiamo parlando di una storia che negli aspetti essenziali è comunque vera, di vita vissuta realmente. Quindi non ci si può più di tanto porre questioni di questo genere. E anche quando il film risulta a tratti un po' troppo “zuccheroso”, si resta così, fermi ad accettare tutto quello che viene proposto, perché da giudicare c'è ben poco. Alcune critiche che potrebbero essere mosse sono il fatto di aver lasciato troppo sullo sfondo l'attività vera e propria di Hawking per favorire in tutto e per tutto gli aspetti più drammatici e aver posto l'accento quasi esclusivamente sui rapporti interpersonali con le persone della sua vita. Ma in fondo è giusto così. Tra la scene davvero accezzate, il malore a teatro e il primo tentativo di utilizzare la tabella con lettere colorate.

domenica 22 marzo 2015

OGNI MALEDETTO NATALE - Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo (2014)

Titolo originale: Ogni Maledetto Natale
Regia: Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo
Con: Francesco Pannofino, Marco Giallini, Laura Morante
Durata: 96 min
Paese: ITA          
Voto globale: **
Voto categoria (natal.): ** 1/2

Massimo vive a Roma, si occupa di microcredito ed appartiene ad una delle più ricche ed influenti famiglie italiane. Giulia è una neolaureata in architettura che ha dei sogni più ambiziosi rispetto a quelli desiderati dalla propria famiglia, molto folkloristica residente nelle isolate campagne viterbesi. I due ragazzi si conoscono e si innamorano a pochi giorni dal Natale. Nonostante le proprie avversioni nei confronti della festività Massimo accetta di trascorrere la vigilia con la particolare famiglia di Giulia che, a sua volta, si ritroverà in qualche modo a casa di Massimo il giorno seguente, a poche ore da un tanto agognato pranzo messo in dubbio all'ultimo momento da un evento drammatico e grottesco. Riuscirà l'amore a sopravvivere al Natale, ma soprattutto alla conoscenza delle rispettive famiglie?

Ciarrapico, Torre e Vendruscolo sono quei tre geni e talentuosi sceneggiatori e registi che ci hanno regalato quella perla indiscussa ed indiscutibile che è la serie tv “Boris”, nata su sky e poi cresciuta e divenuta mito grazie al passaparola e allo streaming. Dopo tre stagioni brillanti in cui grazie alle storie quotidiane di una piccola troupe di squallide serie tv si raccontava tantissimo sulle dinamiche nei rapporti di lavoro, dei giochi di potere o più semplicemente dei vizi e virtù italiane, l'esperimento è approdato al cinema con “Boris – Il Film” del 2011. Nel film, il povero Renè Ferretti ha per la prima volta la possibilità di realizzare qualcosa di bello ed importante, un film serio: “La Casta”. Poi tutto però va male, perché i produttori ed il pubblico vogliono altro. Vogliono un cinepanettone in grado di “sbigliettà”, di fare botteghino, in cui ci sia una storia semplice e tante tette, culi e peti. Ora, “Ogni Maledetto Natale” si discosta in maniera decisa dal “cinepanettone” classico, quello diciamo dell'immaginario collettivo. Ma c'è da dire che la tendenza dei film natalizi è cambiata già da un po' (basti pensare a gli ultimi Neri Parenti). Ma pur cercando di proporre qualcosa di nuovo e diverso, perché un film natalizio? Sembra quasi che gli autori di “Boris” vogliano allegramente contraddirsi o peggio prendere in giro coloro che ritenevano sincere le loro prese di posizione. Tra l'altro stiamo parlando per giunta di un film che di natalizio ha poco o nulla. Il Natale è utilizzato come puro pretesto e non come reale sfondo alla storia (es: quel capolavoro che è “Parenti Serpenti”). Togliendo qualche albero e decorazione dalla scenografia il risultato non cambia. Il film vuole soltanto cercare di raccontare l'imbarazzo di una coppia nello scoprire che le proprie famiglie, per quanto lontanissime in ogni aspetto, sono allo stesso modo raccapriccianti! Cosa che si sarebbe potuta raccontare a Pasqua come a ferragosto.

Conoscendo i tre registi e con un cast di attori validissimi (Pannofino, Mastandrea, fratelli Guzzanti, Giallini, Morante) il risultato è davvero intollerabile. Al di là del fatto che del Natale non è raccontato nulla, la storia è per molti versi assente. L'esile sceneggiatura punta tutto su delle sequenze pensate per essere il punto forte del film ma che in realtà portano solo noia e sconforto. Basti pensare alla inutile caccia al cinghiale o agli interrogatori della polizia. Regia basilare, fotografia a tratti molto buona, musiche spesso fuori luogo. Seconda parte nettamente superiore alla prima comunque, in cui Guzzanti riesce a strappare sorrisi qua e là. Non mi pronuncio più di tanto su Cattelan e Mastronardi, di fatto eclissati dal resto del cast e protagonisti di una storia d'amore di cui allo spettatore non potrebbe importare di meno. Molto bella la voce narrante di Valerio Aprea. Ottimo Giallini (come sempre) e molto bravo Mastandrea nel suo particolare personaggio della seconda parte. Per il resto, si rimane con un senso di occasione mancata abissale e molti dubbi interiori. Ma in fondo non è questa, “la Locura”?